Proprio di venerdì diciassette!

“Né di venere né di marte, non si sposa né si parte; né si dà principio all’arte”! Per dimostrare quanto io sia superstizioso, non solo ho scelto un venerdì, per di più 17, per cominciare la pubblicazione mensile di poesie, nella prima colonna di destra (la seconda da sinistra per chi scrive 😉 ).

Pubblicherò, inoltre, anche le statistiche dei post più letti, quelle del mese e della settimana precedente.

Cadono fulmini

Cadono fulmini
questa notte su questa città

Quante risate c’ha regalato
ma forse tu vorresti andare là
Quante lacrime c’ha riservato
e stavo quasi per andarmene

Il futuro quale sarà?
Sarebbe bello se questa città
ci regalasse di nuovo risate
e giorni sereni

Cadono fulmini
questa notte.

di Gianluca

Si sbaglia a modo proprio

Forse vi piace solo
voler pensare
alla rivoluzione.
Una rivoluzione
colta, fatta di
gente con idee,
fatta di bella musica,
film interessanti e
piacevoli letture.

Una rivoluzione fatta
a tavolino, chiusa in
una cerchia ristretta,
come gli aristocratici.

Poi c’è il popolo.
Il sacro popolo.
Che vive nella sua
ignoranza e crede
che il papa sia dio
e la legge il governo.
Che si scandalizza a
veder donne nude,
ma solo per invidia,
non per altro.

Che crede all’inferno e
al purgatorio perchè
l’ha scritto Dante,
convincendosi che quest’ultimo
abbia veramente fatto
un viaggio nell’aldilà.

Poi ci siamo noi,
forse effettivamente poco
colti, on il nostro
credo in mano, una
rivoluzione in tasca e
la testa bassa.
Noi siamo quelli che non
ci va mai bene niente,
che è meglio aspettare,
che è meglio non agire.
Noi siamo gli utopisti
dai grandi ideali
e dai piccoli cambiamenti.
Delle forti grida private
e delle silenziose chiacchierate
pubbliche.

Noi siamo quelli che gli piace
fare,
ma si vuole, in fondo, viver
da borghesi.

Noi siamo quelli dal momento di
rabbia, dal gusto retrò e dalle
letture complicate.

Noi siamo quelli. Proprio
quei tipi di uomini che
di un film guardano, ed
aprezzano, la trama e
la fotografia, ma che
ai titoli di coda
difficilmente arrivano.

Poesia inviata da Ruperto

Raggio di luce

(Uno spiraglio di luce da una porta solo socchiusa)

Raggio di luce
l’ultima speranza
uno spiraglio
a cui mi aggrappo
vorrei aprire quella porta
per veder la luce illuminare
ma so che spalancarla
dissolverebbe quel raggio.

Raggio di luce
in questa stanza
e la pazienza
che mi impongo di coccolare
vorrei assaltare la diligenza
e portarmi via tutto il suo oro
ma quella carrozza svanirebbe
in un abbaglio.

di Gianluca

All’uscita vi ringrazieranno

Cercammo di
bussare, poi
entrammo.

Porgemmo la mano
nell’incantato cuore
degli uomini.
Il nulla perso nei
loro sguardi, proiettava
immagini angosciose.

Si preoccupavano dell’Africa,
ma con i soldi in
mano.
E negli occhi gioia e tristezza.

Mi dissero di
non guardare,
di non
preoccuparmi, di
sedere e
mangiare.

La pietanza
l’avevo
ma sullo sfondo
un uomo solo.

La definirono anche arte!

Non si accorgevano
di tutta la gente
che moriva intorno a loro.
Ed altri che si immolavano
nel nome loro.

Ero estraneo.
O troppo umano o troppo
stolto.
Non capivo e non voglio
capire.

Ed ecco i potenti,
ed i loro discorsi.

Mi piego. Mi
sottometto. Sono come
tutte le teste
basse!

All’uscita, ora, mi daranno
dei fiori.

Poesia inviata da Ruperto

“Aspettando il 25 aprile” di PIPPIBI

Ci scusiamo per il ritardo nella pubblicazione di questa mail che ci ha inviato la nostra amica PIPPIBI. Buona lettura!

Ciao raga, non so se questa cosa sia poesia o prosa, francamente non mi importa e spero non importi a voi, è invece il mio modo di ricordare mio padre, il 25 aprile, l’antifascismo in un momento in cui di 25 aprile e del suo significato e di anifascimo ce ne vorrebbero a tonnellate.
Buon 25 aprile anche a voi!

Aspettando il 25 aprile.

Mi tenevi sulle ginocchia. Seduto sullo sgabellino a quattro gambe un po’ storte, che avevi fatto per me, strofinavi il tuo viso, ruvido di barba non fatta, sul mio viso piccolo e rotondo. Come sempre, quando cominciava a fare molto caldo, io ti aspettavo sul portone e tu arrivavi. Arrivavi con la bici gialla e nera e con le pinze al fondo dei pantaloni per impedire che andassero nei raggi. La vecchia borsa a tracolla e un sorriso che sapeva di sudore, di polvere, di ferro e fonderia.

Era tardi per me, le dieci e mezza di sera eppure ti aspettavo perché il mio mondo non era completo se tu non lo colmavi con la tua presenza.

Ti saltavo al collo e ti baciavo con i miei baci umidi e totali incurante, inconsapevole della tua stanchezza. Ti portavo la borsa, tu posavi la bici in cantina e facevamo insieme i quattro piani di scale che ci portavano a casa. Continuavo a parlarti, a raccontarti e tu, solo mio, mi sorridevi anche mentre ti lavavi con l’acqua fredda nel lavandino della cucina.

Come un piccolo cane felice ti prendevo le ciabatte, tu ti sedevi io ti slacciavo le scarpe. Tu le toglievi e infilavi le ciabatte.

L’aria era calda anche di sera tardi ma noi andavamo sul balconcino, quello che guardava le fila diritte di insalata e costine, rose e ravanelli del giardino di Susetto, con la sua casetta di mattoni rossi e la vite che saliva come un operaio affaticato.

Avevamo in mano una tazza con il ghiaccio pestato, un po’ di caffè e lo zucchero e ci affondavamo dentro il cucchiaino portandoci alla bocca quei piccoli grani gelati e golosi. Guardavamo atterrare gli aerei a Caselle, ci passavano proprio sulla testa con le loro lucine rosse e la scia di panna bianca nel cielo blu scuro.

Mi sedevo sulle tue ginocchia e ti dicevo: “racconta”

Imperiosa, esigente e tu mi raccontavi dei tuoi tramonti di fabbrica rosso fuoco, dove le colate dalle siviere avevano la stessa grandezza e richiedevano lo stesso sacrificio di un vulcano domato.

Orgoglioso del tuo lavoro, fatto con la fierezza di un antico alchimista che piega il ferro e la consapevolezza del popolo a cui tu appartenevi, una classe operaia che sapeva chi era e credeva, sperava di essere il futuro di una nazione; quella stessa nazione che avevi contribuito a liberare con la lotta partigiana. Questo era un altro dei tuoi racconti che adoravo e che ti facevo raccontare spesso perché erano una parte di me. Di quando combattevi nelle brigate Garibaldi, sulle montagne del cuneese, con il tuo fazzoletto rosso al collo e lo sten al fianco, le scarpe rotte e spesso lo stomaco vuoto. Così tanto una parte di me, che hai voluto portassi anche il nome di battaglia di una tua compagna di lotta caduta durante un combattimento.

Mi parlavi di come le tue battaglie erano poi continuate all’interno della fabbrica perché tutti avessero un salario dignitoso e dei turni di lavoro non da bestia, incurante che mamma non fosse affatto contenta che tu “riempissi la testa di cose che non può capire a una bambina così piccola”.

E tu hai fatto in modo che capissi con un regalo meraviglioso: insegnandomi a leggere a quattro anni con una pazienza, una gioia che molto aveva del bambino che ancora abitava in te.

Facevamo a gara nell’inventarci storie strampalate che tu condivi con buffe parole in dialetto che io non sempre capivo, che ti obbligavo a tradurre e che poi usavo quasi sempre a sproposito, come se fossero parolacce e che ancora adesso adopero con la tenerezza del ricordo.

Così, come tutti gli anni, aspetto il venticinque aprile, il nostro 25 aprile, ancora di lotta e forse libertà e credimi, papà, è un bel modo di ricordarti.