Horacito, il ragazzo che torna dal passato


Parla per la prima volta un figlio di «desaparecidos», sottratto ai genitori dai militari durante la dittatura argentina degli anni ’70, ritrovato dalle Abuelas di Plaza de Mayo

Sono circa 500 i bambini nati nei campi di concentramento, strappati alle madri – uccise subito dopo il parto – e dati in adozione a famiglie complici dei torturatori. Grazie alla ricerca delle Nonne, oggi i figli degli scomparsi riprendono un’eredità che gli appartiene
Claudio Tognonato
Ormai ha superato i trenta anni e per soli due centimetri non ha due metri di altezza. Ma per noi sarà sempre Horacito. Porta il nome di suo padre Horacio Pietragalla, lui è figlio di desaparecidos, recuperato dalle Abuelas de Plaza de Mayo nel 2003, le Nonne che non si danno tregua e continuano a cercare e ritrovare i loro nipoti. Quando Horacito è nato, suo padre era già scomparso, sua madre, Liliana Corti, è stata uccisa dai militari argentini in uno scontro a fuoco dove l’unico superstite è stato lui, che aveva solo 5 mesi.
Sorride soddisfatto quando gli diciamo che muove le mani come suo padre e che si siede proprio nel suo stesso modo, ma che è più alto. Lui lo sa già, altri prima di noi glielo hanno detto e ci tiene a precisare che supera suo padre di cinque centimetri. Ha gli occhi e la bocca della madre, sembra di vederla. I lineamenti del volto sono invece quelli del padre. Ci sentiamo confusi, è un rivedere uno sguardo, un gesto, un sorriso che credevamo perso per sempre.
Se la storia dei desaparecidos è una storia di assenze, di vuoti, di tombe senza nome e di una incommensurabile sofferenza,la storia dei loro figli segue un percorso diverso. Dopo lunghi anni di attese, di ricerche di ogni tipo, alcuni ragazzi recuperano la loro vera identità, ritrovano un passato e riscrivono la storia. In Argentina si è detto che mancava un’intera generazione. La dittatura militare (1976-83) ha fatto scomparire migliaia di persone, molti erano stati uccisi, altri erano riusciti a scappare e si erano dispersi per il mondo. Oggi i figli dei desaparecidos sono ormai uomini che riprendono un’eredità che gli appartiene. La loro è una forma di riapparizione, prendono «corpo», occupano uno spazio, sono la coscienza non rimossa di un’intera società.
Non è facile e non tutti riescono a ricostruirsi una vita in armonia col loro passato. La maggioranza ha gli anni della dittatura: sono nati a metà degli anni ’70, hanno visto la luce nei campi di concentramento dei militari. Poi l’incubo: strappati immediatamente alle loro madri, falsificati i documenti e dati in adozione o venduti a famiglie complici. Un bottino di guerra. I militari argentini erano molto cattolici, spesso militanti dell’Opus Dei. La loro etica impediva loro di uccidere una donna incinta. Avevano un particolare modo di rispettare la vita. La facevano partorire e forse anche allattare il bimbo per qualche giorno. Dopo, la madre era fucilata o gettata in mare viva da aerei in volo. Le donne che arrivavano all’ora di dare alla luce sapevano che partorire era morire. Si calcola che circa 500 bambini sono nati così.
I militari si prendevano anche i figli piccoli delle persone che sequestravano o uccidevano. Horacito è uno di loro ed è arrivato a Roma insieme alle Abuelas de Plaza de Mayo che con le loro ricerche hanno già recuperato 88 nipoti. Sapevamo del suo ritrovamento ma ci siamo incontrati per la prima volta il 10 marzo. Un incontro carico di emozione perché eravamo amici dei suoi genitori. Horacio Pietragalla e Liliana Corti, militanti di Montoneros, per anni desaparecidos. Uccisi, i loro corpi occultati per anni. Ora le loro ossa sono stati ritrovate. Horacito ha scoperto a 25 anni di chiamarsi come suo padre. In realtà ha pure scoperto di averne 27, nel falsificare i documenti i militari gli avevano tolto due anni per rendere più difficile il riconoscimento.
Racconta con grande serenità la sua storia. È un lungo ricostruire un mosaico, aiutato da altri, che come noi gli forniscono piccoli o grandi ricordi. Lui non sa che Graciela gli ha dato il biberon. Non sa che sua madre ha vissuto a lungo a casa sua quando era incinta e ogni mattina si alzava presto a comprare i giornali per cercare qualche indizio sulla sorte di Horacio. Non sa che Liliana diceva che non avrebbe mai abbandonato né la lotta né suo figlio. Noi non sappiamo che quando i militari hanno circondato la casa e hanno cominciato a sparare con ogni tipo di arma, Liliana ha messo lui al riparo dentro la vasca da bagno dove è stato ritrovato. Il gruppo di archeologia forense che ha analizzato la salma di Liliana ha identificato segni di 16 colpi. Pochi anni fa Horacito è tornato in quella casa e ha parlato con un vicino che era stato testimone di tutta la scena, la sparatoria, i cadaveri e quel bimbo ancora vivo che i militari si sono portati dietro.
Da quella casa fu portato in ospedale perché aveva una lieve ferita all’orecchio. Poi non si seppe più nulla di lui. I nonni, i familiari, si sono dati da fare senza successo. Come i suoi genitori, anche lui desaparecido. Nemmeno la salma di Liliana è stata consegnata ai loro cari. Era la prassi. Horacito cresceva ignaro del suo passato. La signora che si era presa cura di lui era la domestica del tenente colonnello Hernán Tefzlaff. Un giorno ha sentito che il militare discuteva con il cognato perché questo, che gli aveva chiesto un bimbo, ora non lo voleva più. Non sapevano cosa farne di lui e lei, Lina Frias, disse che poteva prenderselo. Il militare è rimasto come padrino, quindi lo andavano a trovare. Lui non glielo perdona. Quando ha scoperto tutto non voleva rompere con Lina e sua sorella, ma poi si ha cominciato ad allontanarsi e ad arrabbiarsi per le menzogne. Finita la dittatura Tefzlaff è stato processato e detenuto per sequestro di bambini, ma non per il bimbo consegnato a Lina.
Horacito dice di essersi sentito sempre diverso dalla famiglia di adozione: «A 11 anni ero già più alto di tutti loro». Aveva dubbi sulla sua identità, cercava le fotografie della madre incinta e le tracce del suo passato, faceva domande ai vicini, ma solo a 27 anni decise d’indagare. È andato a trovare le Abuelas e si è sottoposto all’analisi del Dna. Loro erano già sulle sue tracce, avevano altre documentazioni e fotografie che confermavano la sua vera identità. Racconta che i primi anni sono stati molto duri: «Ancora oggi ho delle ricadute. Mi ricordo una volta che sono andato ad un concerto rock. Tutti saltavano e io pensavo solo a questa storia, sono uscito credendo di impazzire. Sono cambiato molto dopo la scoperta. Ma la verità non ti rovina la vita: la vita me l’avevano rovinata prima».
Molte persone gli hanno raccontato diversi episodi della biografia dei suoi. Lui ascoltava, assimilava e cercava di riempire quell’ immenso vuoto. «Ero sempre triste, con la consapevolezza e l’angoscia di sentire che non li avrei mai conosciuti.» Un giorno una giornalista gli consiglia di vedere un film per bambini, «Il Re Leone». «Uno strano consiglio, ma dopo qualche settimana, incuriosito, ho affittato la cassetta e me lo sono visto a casa». Il film racconta la storia di un re leone ucciso in una congiura. Il figlio del re scappa e, ignaro della sorte dei suoi, è allevato da una specie di cinghiale e una mangosta. Poi arrva il giorno in cui, andando a bere in un lago, si sorprende, vedendo riflessa nell’acqua l’immagine di un altro. Era lui, ma ora percepiva in se stesso l’immagine del padre. «Anch’io ho incominciato a cercare loro in me. Cerco di conoscermi meglio per capire loro. Queste somiglianze mi rendono felice. Molte persone mi parlano bene di mio padre, hanno bei ricordi, mi dicono che era una persona magnifica, affettuosa, sensibile, coerente. Sicuramente anche lui aveva dei difetti, come tutti. Ma sono contento di somigliargli». «Mia madre l’immagino simile a mia zia, che mi fa crescere in libertà. L’immagino molto affettiva e aperta, come sono molte donne oggi». Mi racconta che ha ricostruito tutto a partire dalle conversazioni con amici, parenti e dalle poche fotografie rimaste.
Non tutto è però così facile: «A volte questo identificarmi con loro mi fa molto male. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiuso in me stesso, non volevo vedere nessuno. Ho pianto molto, forse per questo oggi sento gli occhi asciutti, ho consumato tutte le mie lacrime». Nel 2003 le Abuelas annunciano il ritrovamento di Horacito nel corso di una conferenza stampa. Lui è lì, è la prima volta che il figlio di un desaparecido decide di affrontare la stampa. Riconosce che Nestor Kirchner ha appoggiato la lotta delle Madri e delle Nonne ed ha annullato le leggi che impedivano l’apertura ed il proseguimento dei processi ai militari, ma pensa che si potrebbe fare di più. «Il governo ha fatto tante cose importanti in materia di diritti umani, ma noi chiediamo di più. Devono realizzare quella società per la quale i miei genitori sono stati uccisi. I miei genitori non sono scomparsi per avere oggi un monumento o un posto nel Museo de la Memoria. Le loro rivendicazioni oggi sono ancora più legittime di allora».
[da Il Manifesto del 2 aprile 2008]
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