Dal Manifesto del 13 luglio


Occhio! Sono il tuo Garante

Alessandro Robecchi

Per una specie di legge del contrappasso, ieri a invadere la mia privacy (sottoforma di agenzie e pagine web) è stato nientemeno che il Garante della Privacy, Francesco Pizzetti. Non me ne voglia il dottor Pizzetti, per cui provo la stessa simpatia che nutro nei confronti di chi chiede aiuto due, cinque, otto, novanta, o centosettanta volte, senza che nessuno gli dia ascolto. Il fatto è che da quando esiste il Garante per la Privacy ho sentito decine di appelli in difesa della mia privacy. E l’anno dopo, o sei mesi dopo, sono venuto a sapere che la mia privacy è molto, ma molto, più minacciata di prima. È un po’ come se dalla riva qualcuno ti urlasse: ehi! Stai affogando! E in effetti tu affoghi. Dopo un’ora quello ripassa e ti urla: ehi! Stai affogando sempre di più! Grazie, avvertirmi è un pensiero gentile. Non è che per caso avrebbe un salvagente?
Dunque nutro nei confronti del Garante della Privacy quella tenerezza che si prova davanti ai poteri che non possono, alle Authority senza troppa autorità.
Ora mi si dice che l’emergenza è clamorosa, che gli spioni sono ovunque, che i miei dati sensibili possono finire in mano a chiunque. Dai paparazzi ai servizi segreti, ce n’è per tutti, senza contare l’allarme più recente e moderno, che sarebbe la vulnerabilità delle banche dati. Ora, mi sembra di capire, se rubano in banca, nella mia filiale, i miei soldi non sono a rischio, ce li rimette la banca. Ma se rubano i miei dati? Non dovrei avere la garanzia che le banche dati siano ben protette? Costa proteggerle? Sono fatti loro, questi, non miei. Diventano fatti miei solo quando io non posso dire né fare niente, quindi sempre. Del resto, i miei dati li hanno tutti. Per farmi pagare una fattura, o per pagarla io, devo dare i miei dati, su ogni fottuto modulo del regno devi barrare tre o quattro caselline sull’uso dei tuoi dati. Ti chiamano al telefono per offrirti qualunque cosa.
Apri la posta e c’è una mail che ti chiede se vuoi comprare quella pomata che… Enlarge your penis!
A pensarci bene, questo articolo potrebbe anche non essere stampato: tra il mio operatore telefonico e il provider della mia posta elettronica avrei già parecchi lettori. Vado al bancomat, uso la carta di credito, uso il cellulare e ho addirittura un pc con Windows Vista, e ciò significa che la mia vita è ogni giorno squadernata di fronte a decine di persone. In più (non ci facciamo mancare niente) vivo a Milano, una delle città più telecamerizzate del mondo. Dicono che così AlQuaeda non mi ammazza, ma fin’ora sono servite soprattutto ai vigili per farmi la multa. Posseggo un Telepass agganciato al parabrezza della macchina: si può sapere dove vado e quando. E’ scandaloso, questo? Certo che sì. Eppure non c’è governo del globo che non chieda di schedarmi sempre più. Ai provider si chiede di tenere in memoria i dati per anni. Agli operatori telefonici lo stesso, e se io protesto o mi oppongo, mi si risponde che è per catturare i cattivi. Cioè: per catturare i cattivi spiano me. E poi, ogni sei mesi, mi si viene a dire: allarme! Ti spiano! Dico, non staremo esagerando? Forse un giorno un garante della Privacy dirà chiaro e tondo: le cinquanta telecamere previste non saranno installate, perché spiano il cittadino. Avverrà? Non credo. Anzi, credo che la prossima volta che sentirò parlare il Garante sarà per sentirmi dire che sono spiato pure più di oggi. Ci scommetto.

[da Il Manifesto]

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